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E ora entrateci voi, in quel camion

Ora provate ad immaginare. Immaginate di essere chiusi nel cassone di un camion, con altre 70 persone e con l’aria che inizia a mancare. Avete pagato, se qualcuno ha avuto qualche dubbio è stato rassicurato dall’autista: ogni tanto si sarebbe fermato per aprire le porte e far circolare un po’ d’aria. Il viaggio è iniziato da un po’ e per qualche centinaio di chilometri le cose sono andate esattamente come vi aveva promesso. Poi l’ossigeno inizia a mancare.

Non siete in quattro: siete in 70, settanta, stipati in quello che è poco più di un furgoncino che normalmente trasporta salumi e tacchini affumicati. Di fatto è un frigorifero su ruote, che fa esattamente il mestiere che è chiamato a fare: non far passare l’aria e mantenere la temperatura interna.

Solo che la temperatura è sempre più calda, perché siete insieme ad altre 70 persone. Si respira male. Qualcuno batte coi pugni per richiamare l’attenzione dell’autista, che non risponde: magari ha già abbandonato il camion, oppure ci sono controlli di polizia o chissà cos’altro. Qualcun altro prova a sfondare la portiera, ma è tutto ben sigillato. Poi mancano le forze.

Magari siete partiti pensando che fosse molto più sicuro così che non attraversare un braccio di mare come quello tra la Libia e l’Italia. Per poi scoprire che si può morire nello stesso modo, stipati in quella che non è altro che una stiva su ruote.

 

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