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Age of robots #1

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In un libro molto fortunato pubblicato l’anno scorso, “La nuova rivoluzione delle macchine”, due professori del MIT di Boston cercano di analizzare come i nuovi robot, le cui capacità crescono a ritmi esponenziali, e la rete stiano cambiando il modo di lavorare di tutti noi, la nostra stessa vita e in definitiva l’intero sistema economico. Non sono né i primi, né saranno gli ultimi a farlo: ricordo su tutti “La fine del lavoro” di Jeremy Rifkin che risale addirittura al 1995, senza contare l’immensa quantità di fantascienza prodotta sul tema, che arriva ad ipotesi estreme come quella de “Il Sole nudo”, di Asimov, che arriva ad ipotizzare un pianeta nel quale il rapporto è di migliaia di robot al servizio di ciascun umano. Le implicazioni di tutto questo processo non sono chiare: al catastrofismo di Rifkin si potrebbe opporre quello che sostengono Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (gli autori del primo libro citato), ossia che il futuro è nella capacità degli uomini di lavorare con le macchine e non in una contrapposizione di impronta luddista tra macchine e uomo.

E’ il tema del nostro tempo e vorrei, da questa settimana, raccogliere per me e per voi una serie di link a pezzi interessanti, riflessioni, notizie, con l’ovvio limite che conosco solo l’Italiano e l’Inglese e quindi la raccolta sarà limitata a queste due lingue. I temi saranno legati prevalentemente, ma non necessariamente, a quel che per tradizione intendiamo come “robot” o “macchina”, ma a tutto ciò che ritengo possa rappresentare un pezzo, magari piccolo o apparentemente insignificante, della fase di innovazione esponenziale nella quale stiamo vivendo: penso, tanto per fare un esempio, alla ricerca sui nuovi materiali.

Per il momento non assicuro nulla sulla costanza: il mio obiettivo sarebbe quello di produrre tutto questo ogni venerdì. Ci proverò.

Iniziamo

 


 

Montare il Lego

A noi possono apparire azioni piuttosto semplici, ma ci sono cose che non è facile insegnare alle macchine. Sono azioni minute e che richiedono destrezza, come avvitare il tappo ad una bottiglia o montare insieme due mattoncini di Lego. All’università di Berkeley ci sono riusciti, mettendo le basi per la creazione di robot che apprendano da soli come fare alcune operazioni. Lo racconta il New York Times

Riconoscere un volto tra cento

Anche un’altra operazione facile come riconoscere un volto ben noto fra un centinaio di sconosciuti (l’esempio non è calzantissimo, ma serve a dare l’idea) non è altrettanto semplice per una macchina: è possibile, ma serve una discreta quantità di energia e una buona potenza di calcolo. Succede che alcuni ricercatori sostengono di essere riusciti a creare una sorta di chip “neurale”, ossia simile al cervello, che può fare queste operazioni e ha una dimensione ridotta. Ma i Memristors, scrive Extreme Tech, non si avvicinano nemmeno lontanamente ai neuroni.

Il famoso chip nel cervello

Erik Sorto è stato un membro di una gang di latinos di Los Angeles, fino a quando un colpo di pistola non lo ha ferito, rendendolo tetraplegico all’età di 21 anni (su questo ha anche scritto un libro). Ieri, grazie all’impianto di alcuni chip nella corteccia cerebrale, è riuscito a controllare un braccio robotico che gli ha portato alla bocca un bicchiere. Con questo stesso sistema è in grado di muovere un cursore sullo schermo. La ricerca, pubblicata da Nature, viene riportata tra gli altri dalla BBC

Liberare noi stessi da noi stessi

Il provocatore Nicholas Carr torna sulla scena, col suo libro “La Gabbia di vetro – Prigionieri dell’automazione“. Non l’ho ancora letto, ma promette bene tanto l’intervista realizzata da Fabio Chiusi su Repubblica, quanto questo commento da lui firmato sul New York Times. Una frase su tutte: “Il nostro desiderio di liberare noi stessi da noi stessi è fondato su una fallacia”

Sarai sostituito da una macchina?

La guida di NPR. Scegli la tua professione e ti diremo se sarai sostituito da una macchina oppure no. Un gioco, ma nemmeno troppo.

 

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