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Né ottimista, né gufo

Ci siamo, Expo sta per iniziare. E noto, in quel che leggo sui social network, sui giornali, ascoltando le persone con le quali parlo, due tipi di sentimenti (con molte sfumature, ovvio, ma siamo umani)

1) Ci sono quelli secondo i quali questa manifestazione sarà il simbolo della rinascita italiana, una rinascita della quale Expo è solo il segno più evidente, ma che in realtà è l’effetto del nuovo clima politico, di Renzi, della volta buona e tutte queste amenità

2) Ci sono quelli secondo i quali andrà tutto male, Expo è solo una mangiatoia, il mondo ci riderà dietro e sperano che rappresenti il simbolo del fallimento di Renzi, la volta buona e tutte queste amenità

Faccio un tifo sfegatato perché l’Expo vada bene e tutto funzioni come deve perché – mi si perdoni la retriva forma di nazionalismo – se c’è un evento che riesce a dare lustro al mio Paese e a dare una spinta pur minima all’economia ne sono contento, senza essere pessimista, ottimista, gufo o altro animale a scelta che ne rappresenti l’antitesi.

Questo non vuol dire che io non veda i piccoli e i grandi problemi di organizzazione e infrastrutturazione, gli sprechi, gli errori di comunicazione, i trucchi negli appalti, il lavoro nero. Vuol dire avere una speranza, che magari andrà delusa come mi è successo con la Roma di quest’anno. Ma non significa che io non debba coltivarla.

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