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Un libro e una chiave interpretativa (“Le catene della sinistra”)

Immerso in mille altre cose e altri libri ho finito solo questa mattina di leggere “Le catene della sinistra” di Claudio Cerasa. E’ un libro interessante, piacevole da leggere, che affianca al racconto una serie di incontri, interviste e citazioni che supportano Claudio nel sostenere la sua tesi, che è – a mio personalissimo giudizio – indiscutibile: la sinistra e il centrosinistra non sono stati in grado, fino ad ora, di capire la cosiddetta “pancia del Paese” (tempo fa, con un autorevolissimo collega, ci chiedevamo da dove nascesse questa espressione) e hanno pensato che tanto il successo elettorale, quanto la capacità di governare l’Italia dipendessero quasi esclusivamente dal legame con alcuni pezzi dell’establishment, dal mondo della cultura a quello dei difensori della Costituzione “più bella del mondo”, dalla Confindustria alla CGIL, dalla magistratura ad una parte del mondo finanziario, passando per un certo ambientalismo e gastrofighettismo (termine mio, non usato nel libro), sacrificando la battaglia per la modernizzazione del Paese sull’altare dell’effimero consenso delle elites e dei lavoratori cosiddetti garantiti.

Il libro è molto interessante e vale la pena leggerlo, ma sento che difetta, forse volutamente, di una chiave interpretativa psicologica che definisca meglio il tutto e lo tenga insieme. Ossia: queste catene sono tenute insieme da una catena più grande?

Secondo me sì ed è il motivo per il quale Renzi e Grillo riscuotono grande successo, così come lo riscosse Silvio Berlusconi. E’ qualcosa che ha a che fare non con la “questione morale”, ma con una questione di morale. Tutte le catene citate da Claudio hanno secondo me un tratto comune: sono catene che vincolano o hanno vincolato la sinistra ad un rapporto molto particolare coi concetti di colpa e, per estensione, di peccato, facili a radicarsi in un Paese che – almeno nella sua impostazione culturale iniziale – possiede una forte impronta cattolica.

In sostanza è il ritenere sconveniente, al limite del moralmente inaccettabile (e quindi “peccato”), non riconoscere che la Costituzione è “la più bella del mondo”; che i magistrati non sbagliano mai e se sbagliano sono errori veniali; che la grande industria è l’unica degna di attenzione perché è l’unica che davvero può dare lavoro e una dimensione etica al conseguimento del profitto; che al sindacato va riconosciuto un ruolo centrale non in funzione della sua rappresentatività ma in quanto “baluardo della democrazia”; che il teatro e il cinema, in quanto forme d’arte, debbono ricevere abbondanti iniezioni di denaro pubblico e registi, attori, rappresentanti di quel mondo rappresentano il bene, sono portatori degli unici valori sani in un mondo che affonda drammaticamente nell’era del consumismo sfrenato.

Nello stesso ambito, un ambito etico-religioso, si colloca il pensiero su ciò che è opposto o anche solo diverso. L’idea di cambiare la nostra carta fondamentale diventa automaticamente un attentato ai valori di libertà sui quali si è costruita la nazione dopo la guerra mondiale; quella di buttare l’occhio sulle ragioni del garantismo ti fa sentire in combutta con “i ladri”; quella di rivolgersi alle piccole e medie imprese del Triveneto e della Lombardia ti fa sentire contiguo a un mondo sporco, di evasori attenti solo alla logica del profitto, che è uno dei mali di quest’epoca; criticare il sindacato vuol dire non riconoscere il suo ruolo storico (di “baluardo della democrazia”); la televisione, manco a dirlo, è tentatrice e diseducativa per il popolo (si legga, a proposito, anche la “Guerra dei trent’anni”, di Pilati e DeBenedetti, Franco, non Carlo).

Infine ci sono due temi enormi che legano insieme queste letture distorte della realtà e che vi sono collegate: il politicamente corretto e una percezione del denaro, del profitto e del guadagno che ha reso una parte della sinistra simile agli oppositori di Deng Xiao Ping. Ancora oggi Massimo D’Alema si sente in dovere di giustificarsi per le vacanze in barca a vela o per le scarpe costose.

La realtà è che se si può accettare che una religione abbia uno dei suoi fondamenti nel concetto di colpa-peccato-espiazione, perché la religione prevede che si creda o non si creda (“O noi, o loro” direbbe qualcuno. Si scherza, eh), questo non è accettabile nell’agire civile e politico quotidiano. Potremmo riassumere la cosa con una piccola metafora: la sinistra è stata per decenni la vecchia zia che ti diceva cosa è buono e cosa non lo è. Ma le vecchie zie, a un certo punto, ti rompono i coglioni.

Insomma, la vita è composita, complessa e tutti siamo pieni di piccole contraddizioni: guardare Sanremo o la De Filippi non impedisce di leggere pensosi testi di filosofia o di guardare Kieslowski; essere contro la corruzione, non ci esenta dall’attendere almeno un grado di giudizio; essere sinceramente democratici non può condurci ad una difesa acritica di una Costituzione scritta 70 anni fa.

Il centrosinistra, per un periodo di tempo troppo lungo, ha sostenuto sostanzialmente il contrario o è stato ostaggio di chi lo faceva. Ma è un’impostazione da teocrazia, non da democrazia liberale.

Silvio Berlusconi, con tutti i suoi difetti, con la sua evidente incapacità di governare, ha portato allo scoperto tutto questo: gli Italiani sono stati felici di scoprire che c’è un altro modo di vita, che non prevede un autodafé continuo e ossessivo sui propri difetti o su un presunto “carattere nazionale” che è una categoria interpretativa falsa e costruita dagli intellettuali nel corso dell’ultimo paio di secoli. Sono come sono e non me ne vergogno, con i miei piccoli difetti, e questo non mi impedirà di accedere ad un ipotetico regno dei cieli politico.

Beppe Grillo, invece, ha avuto il pregio di sdoganare definitivamente (in parte lo aveva già fatto l’ex Cavaliere), in maniera persino eccessiva, il politicamente scorretto. Posso mandare affanculo qualcuno o utilizzare un linguaggio duro senza necessariamente sentirmi in colpa. Posso utilizzare un metodo diverso, quello dell’invettiva, per fare battaglia politica.

Matteo Renzi segue la stessa scia e ancora una volta l’uso della televisione e di ciò che è televisivo ne è l’esempio più illuminante. Renzi dice, in fondo: non devi vergognarti se guardi “Amici”, perché non c’è nulla di cui vergognarsi. Segni di un’idea di cambiamento culturale, così come l’atteggiamento verso i piccoli imprenditori, l’assenza di sudditanza psicologica nei confronti del mondo della cultura e, ovviamente, le prese di posizione sui cosiddetti corpi intermedi.

La mia personalissima impressione è che sia finita l’era dell’etica religiosa in politica e la testimonianza è nel fatto che con queste elezioni europee è finita anche l’era della fede in una forza politica (notare che ho scritto “fede” e non “fedeltà”)

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