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Due parole su quella cosa che tutti chiamano cyberbullismo

Il primo punto è che non esiste il cyberbullismo, ma il bullismo esercitato in forme diverse e con mezzi diversi.

Il secondo è che, con il massimo rispetto per lo strazio dei parenti della ragazza di 14 anni che ieri si è buttata dal sesto piano (anche) in seguito agli insulti ricevuti si Ask.fm (lo zio parla di “vandalismo informatico”) e con altrettanto rispetto nei confronti di chi ritiene che il primo punto annulli la discussione sul tema, qualche cosa da dire ci sarebbe.

Va presa larga.

La rete non è un luogo “diverso”, ma un pezzo della realtà nella quale viviamo, ma ciascun pezzo della realtà nella quale viviamo ha le sue regole. Quando ci muoviamo in città, le modalità cambiano a seconda del mezzo che utilizziamo: a piedi attraversiamo sulle strisce e guardiamo attentamente da una parte e dall’altra, cosa che ci insegnano fin da bambini; quando viaggiamo in scooter abbiamo imparato, specie quando è piovuto, ad evitare le rotaie del tram e a rallentare su sampietrini o pavé; in macchina a gestire le distanze di sicurezza in base al traffico e non in maniera strettamente correlata a quello che direbbero le norme.

Se sono a casa e parlo con quella santa donna di mia moglie utilizzo espressioni ed esprimo pensieri  (forma+contenuto) diversi rispetto a quelli che utilizzo ed esprimo con i miei figli, al lavoro, in un discorso pubblico (con variabili dipendenti dal luogo e dall’uditorio) o quando sono in onda.

La rete, come si diceva, è un pezzo di realtà e insieme uno spazio pubblico, nel quale dovrebbero vigere le regole sociali (leggi: condivise, non imposte) tipiche di questi spazi.

In uno spazio pubblico fisico, come il cortile di una scuola, qualcuno avrebbe il coraggio di guardare negli occhi una ragazzina di quattordici anni e dirle, ad alta voce: “Sei bruttissima, ma quanti anni hai? Ne dimostri 10”, come sarebbe avvenuto nel caso dall’adolescente che si è tolta la vita ieri? Ho buone ragione di dubitarne.

Si può ragionare su un’educazione specifica alla rete? Si può far comprendere ai bulli (ma in realtà a chiunque) l’impatto che ha il loro comportamento? Spiegare chiaramente quanto un’azione in rete possa essere amplificata? Far capire quanto la differenza tra il dire una cosa nel cortile della scuola e dirla su ask.fm sia estremamente sottile, fin quasi ad annullarsi? E si può far comprendere alle vittime che l’insulto in rete, per quanto reiterato ed ossessivo, non è necessariamente rappresentativo di quello che altre persone pensano di loro?

Infine: si può discutere di tutto questo con una certa serenità, senza pensare che discuterne voglia dire imbavagliare?

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Ultimi commenti

  • paolo 16 aprile 2014 / ore 15:36

    Ma le sai tutte !!!!!!!!

    1. Simone 17 aprile 2014 / ore 09:47

      No, infatti chiudo con un sacco di domande

  • Alberto Bellini 15 aprile 2014 / ore 12:16

    Partiamo da un punto. riandando alla mia adolescenza credo di poter dire una cosa: rivolgere quella frase ad una ragazzina nel cortile della scuola davanti a tutti i suoi amici, pronunciarla pubblicamente insomma, fa comunque molto male.soprattutto per chi non ha ancora maturato la giusta autostima. Il punto è nell’avverbio “pubblicamente”. Internet ci aggiunge anche “durevolmente” e l’importanza di questa aggiunta è fondamentale, ma non va sovrastimata. nell’adolescenza infatti crediamo facilmente che le cose negative siano durevoli e questo tra l’altro aggrava ogni episodio di bullismo, cyber o meno. La questione quindi non credo sia costituita dalle regole della rete, ma dalle regole in generale. quanto facciamo perchè i nostri figli comprendano che la violazione delle regole comporta dei disvalori (chiamiamole punizioni, afflizioni, esclusioni addirittura) che dobbiamo accettare? e quanto facciamo perchè gli stessi si convincano che il loro valore personale, piccolo o grande che sia, dipende da qualcosa di oggettivo e non dall’apprezzamento altrui? questi sono quesiti educativi che prescindono dalla rete, ma riguardano modelli che anche la rete (e tutti gli altri media) trasmettono. in ballo c’è l’educazione etica che abbiamo messo in crisi negli anni ’60 abbattendo (giustamente anche) un modello proibizionista, ma a cui non abbiamo sostituito nulla di altrettanto efficace in termini educativi (almeno come modelli generali). i principi del purchè se ne parli, del valore commisurato sul consenso, dell’assenza di meritocrazia sostituita dalla cooptazione, sono bordate terribili sotto il profilo educativo ed oggi ne traiamo i primi effetti nel reale, ma preesistono alla rete che diventa solo un altro luogo dove si riflettono i nostri difetti. poi vengono le regole, anche per la rete, che pure in buona parte già esistono, e la consapevolezza della durabilità degli effetti delle azioni in rete, consapevolezza che forse manca e che si può implementare. ma una regolarizzazione della rete in sè è ancora meno realistica di una rivoluzione educativa copernicana. in fondo per neutralizzare le regole (locali, che questo è il problema) della rete basta Tor, strumento tecnico che un nativo digitale sa usare anche meglio di noi.