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Non uno straccio di idea del Paese

Partiamo dalla vulgata: è una brutta campagna elettorale, piena di promesse per lo più irrealizzabili. Vero, ma perché? Non ricorderemo uno slogan che sia uno, al di là di “Restituiremo l’IMU” (Berlusconi) “A casa” (Grillo) “Smacchieremo il giaguaro” o “Italia giusta” (Bersani): il primo è una promessuccia elevata a refrain, il secondo il grido di rabbia di chi assedia il fortino, il terzo una boutade che ha già stancato, il quarto la vaghezza elevata a programma di Governo.

Eppure gli slogan, troppo spesso bistrattati e ritenuti un modo per accattivarsi il pubblico per vie brevi, possono essere molto significativi, trasmettere un’idea più profonda. Del caso di Obama si è scritto molto, ma è esemplare perché l’uomo e il suo staff sono straordinari conduttori di campagne elettorali:  si pensi solo “Change” o “A New Beginning”, una parola il primo, tre parole il secondo, ma riescono da soli a dar l’idea che il tempo al quale si guarda è il futuro.

Ecco, la nostra è una campagna elettorale accartocciata sul passato, virata seppia. Non è un caso che la Rai stia preparando il ritorno di Carosello  e dell’Intervallo, ripescando prodotti di tempi nei quali diventavamo un grande Paese, nei quali giocavamo la nostra partita senza paura, faccia al vento. Solo che ora la paura è tanta, la grandezza ha il fetore della decadenza e abbiamo voltato la faccia perché sentiamo freddo.

Ci vorrebbe qualcuno che parli di “un nuovo inizio” o di “cambiamento”; qualcuno che disegni un’ipotetica Italia del 2023 o del 2033, ci dica come vuole realizzare il disegno e dopo (solo dopo) ne faccia emergere uno slogan o una promessa.

E’ giusto, per esempio, che la questione dell’IMU entri in campagna elettorale. Ma un’eliminazione della tassa sulla prima casa non può venire prima di una riflessione sui parametri entro i quali si ragiona: usciamo o meno da uno schema che ha fatto della proprietà immobiliare  a tutti i costi una forma di welfare e insieme un enorme vincolo? E ancora: possiamo parlare di tasse senza discutere di ridefinizione dei rapporti tra il cittadino e lo Stato?

E’ essenziale ragionare sul rapporto con l’Europa, ma il gioco si riduce alla consonanza o dissonanza con Merkel/Hollande o alla rabbia contro una fantomatica Europa dei tecnocrati e delle banche. Nessun pensiero, finora, su come ci collochiamo noi.

Vedo ricette di corto respiro, anzi, di cortissimo: ci stanno promettendo pesci, invece di insegnarci a pescare. E scusate il qualunquismo.

 

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Ultimi commenti

  • Luigi Rosa (@l_rsa) 19 febbraio 2013 / ore 15:51

    Le ricette di corto respiro IMHO sono tali perche’ credo che tutti si rendano conto che questa legislatura durera’ come la neve al sole.
    Quindi, tanto vale conquistare qualche sedia per poter influenzare il piu’ possibile l’elezione del Presidente della Repubblica e le poche leggi che verranno promulgate (spero, tra queste, anche una migliore legge elettorale).

    Sai qual e’ il problema? Se va cosi’ saremo in campagna elettorale permanente per i prossimi 6/8 mesi. Non so se la cosa sia peggiore per i giornalisti o per i cittadini.

  • Alessandro 19 febbraio 2013 / ore 13:04

    Gandhi diceva che dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo. In realtà le persone si fidano così poco di se stessi che anche il dettato costituzionale sembra irraggiungibile….anche se molto chiaro. Democrazia non è una parola con cui riempirsi la bocca in una piazza affollata è dare un potere ad un popolo. Sistema l’Italia è uno strumento politico avanzatissimo che la realizza ma SI DEVE VOLER CAMBIARE. Altrimenti la scelta è ascoltare i messia, che di santo non hanno proprio nulla.