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Ancora su #Polillo. Un grafico

Non sono un economista, ma la produttività dovrebbe essere – detta in termini molto semplici – il rapporto tra la quantità di prodotto ottenuto e quantità di fattori di produzione impiegati. Se il fattore di produzione preso in esame è il lavoro vuol dire, banalmente questo: quanti bulloni riesco a fare con un’ora di lavoro di un operaio? L’idea del sottosegretario all’Economia Polillo viene così espressa

Stiamo vivendo sopra le nostre possibilità: per sostenere i nostri consumi interni abbiamo bisogno di prestiti esteri che sono stati pari a 50 miliardi di euro l’anno (…) Questo gap lo possiamo chiudere o riducendo ulteriormente la domanda interna, inaccettabile per il Paese, oppure aumentando il potenziale produttivo. Per aumentare la produttività del Paese lo choc può avvenire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve. Se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto.

Innanzitutto non si capisce se stia parlando di “potenziale produttivo”, che è una cosa, o “produttività”, che è un’altra. Nel caso si parli della seconda potrebbe giovare il dare un’occhiata a questo grafico (dati OCSE), che illustra il numero di ore lavorate per anno e per lavoratore nel 2010. E mi sembra che dimostri in maniera lampante che il problema NON è quanto si lavora, ma come.

 

 

 

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Ultimi commenti

  • Luigi Rosa (@l_rsa) 19 giugno 2012 / ore 08:56

    Il punto non sono le ore, ma quello che si fa in quelle ore.
    Se devo avere N impiegati che stanno dietro alla burocrazia (sia quella della PA sia quella che si inventano le aziende), sono ore lavorate, ma non produttive.

    Un esempio (per quanto generico) di burocrazia nelle aziende è l’abuso del cartaceo. Fax stampati e riscannerizzati o archiviati nei faldoni (e ore per spostare i faldoni degli anni precedenti, fare spazio sugli armadi…); formulari interni che viaggiano via carta; documenti cartacei richiesti a clienti e fornitori al posto di un form online; archiviazione cartacea anziché elettronica, eccetera. E parlo solamente del settore IT/ICT, ma ce ne sarebbero altri.

    Restringere il discorso al numero di ore è una pericolosa semplificazione. Come diceva ieri Barisoni, “Polillo, schiodati da Roma e vai in giro nelle aziende per capire prima di parlare”.

    1. Simone Spetia 19 giugno 2012 / ore 08:59

      Appunto

  • Roberto \(^o^)/ (@postoditacco) 19 giugno 2012 / ore 08:03

    Assolutamente d’accordo e aggiungo: “il problema NON è quanto si lavora, ma SE si lavora”.
    E poi: questi 9 mesi sono un dato che salta fuori da dove? Quale metrica è stata utilizzata?
    E’ depurato delle domeniche? Delle ferie? Dei permessi? Delle festività nazionali? Sono giorni di calendario? Sono giorni ad minchiam? I non occupati e i cassintegrati come sono conteggiati? Sono incluse tutte le persone in età lavorativa?
    Si è posto il problema dell’impatto sul tasso di occupazione (leggi anche lavoro temporaneo, ecc..)?
    Invece il dato del grafico è già più verosimile: ci si arriva facilmente considerando esclusivamente gli occupati a tempo pieno, 8 ore al giorno pro capite per 40 ore settimanali, quindi depurati di 30 giorni di ferie, qualche giorno di permesso retribuito e i giorni delle festività nazionali.
    Se poi andassimo a vedere l’Italia reale, scopriremmo che c’è chi lo vorrebbe proprio avere il *problema* di riuscire a lavorare di più. Contemporaneamente, altri continuano la gara a chi lavora di meno, ovviamente retribuito #anostrespese