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Proprio un bel libro

Ammetto che quando mi capita tra le mani un libro di una piccola casa editrice, soprattutto se un libro di storia, lo affronto con un certo scetticismo, convinto che l’autore sia solo un amatore con scarsa o nulla capacità di scrivere o che sostenga una tesi politicamente orientata.

E invece, per chi amasse la storia del Risorgimento e, soprattutto, le cronache di quell’anno straordinario che fu il 1848, “Le cinque giornate di Radetzky”, firmato da Giorgio Ferrari (la nota biografica recita “è nato a Milano, dove vive e lavora” e basta) ed edito da La Vita Felice, non se lo può perdere.

Fuori da ogni retorica, racconta le cinque giornate di Milano viste (anche) da parte austriaca e, soprattutto, con gli occhi di quell’anziano generale che i meneghini chiamavano “vater Radetzky”, “papà Radetzky”, perché ne conoscevano tutti i difetti e le debolezze, compresa la vera e propria storia d’amore con una stiratrice di Sesto San Giovanni che gli dette quattro figli.

Dentro ci sono le angustie del feldmaresciallo, colto di sorpresa da una ribellione così rapida e infuocata; c’è la sua rabbia verso Vienna e verso quel Metternich che

non lo ebbe mai in simpatia e che peccò nel non prenderlo sul serio quando il generale chiedeva rinforzi, mesi prima che l’Europa iniziasse a bruciare, trascinando nella polvere perfino lo stesso principe, costretto a fuggire da Vienna.

Si racconta la scelta di Radetzky di non far bombardare Milano, lasciando irrisolti i dubbi: non aveva i cannoni? Voleva riconsegnare all’Imperatore la città intatta? Amava troppo la città? Del resto fu proprio in questa città che rimase dopo il congedo e fu qua che morì.

Ma dentro il libro ci sono anche i contrasti tra gli italiani, la visione di Cattaneo e quella di Casati, i favorevoli ad un risolutivo intervento del re Tentenna, il piemontese Carlo Alberto, e quelli che no, era meglio l’indipendenza e puntare alla Repubblica. Il tutto con il sottofondo di campane che suonano incessantemente e di rumori di battaglia.

 

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