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Solo il 7% degli uomini prende un congedo di paternità (e spesso finisce mobbizzato)

Batttute sull’allattamento, sul travaglio, l’uso della parola mammo. Ad un uomo che decida di prendere un congedo parentale in Italia, ossia scelga di starsene a casa qualche giorno, qualche settimana o qualche mese dal lavoro per seguire i figli, capita non di rado di essere deriso dai colleghi e di dover fare i conti con perplessità o addirittura riprovazione del datore di lavoro. Non è un caso quindi se, nonostante la possibilità sia prevista dal nostro ordinamento, solo il 7% degli uomini italiani faccia una scelta di questo genere, contro una media europea del 30 e picchi del 70% in Svezia. E’ una bella notizia, quindi, che il leader dell’SPD, il partito socialista tedesco, abbia deciso di prendersi tre mesi per seguire la figlia Marie, perché la moglie Anke Stadler può in questo modo riaprire il suo studio dentistico a Magdeburgo. Il tutto fino a quando la piccola, in autunno, non avrà un posto all’asilo nido. Bella notizia perché, come la scelta analoga fatta da David Cameron nel 2010, a due mesi dall’insediamento come premier britannico, contribuisce ad innestare nella coscienza di tutti noi idee apparentemente nuove, ma che nell’anno di grazia 2012 dovrebbero essere scontate. Come quella della necessità di una più equa suddivisione del lavoro in casa e della condivisione del lavoro di cura tra uomo e donna. Che non risponde, peraltro, al solo, astratto concetto di giustizia, ma anche ad uno di efficienza economica, di miglioramento nella differenza tra salari di uomini e donne e di riduzione della disparità occupazionale, che chi ha sperimentato, come i Paesi scandinavi, conosce bene. I tre giorni obbligatori previsti dalla riforma del lavoro sono un segnale. Piccolo, flebile vien da dire, ma che almeno c’è.

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