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Il suicidio di Vincenzo Di Tinco (una breve in cronaca e la crisi)

Vincenzo Di Tinco aveva una sessantina d’anni e faceva il commerciante. Uno dei suoi tre figli si è preoccupato, ieri, quando ha visto che non rientrava a casa. L’ha trovato impiccato ad un albero nelle campagne di Ginosa Marina, nel tarantino. 

Di Tinco è morto suicida, quando nel primo pomeriggio avrebbe dovuto incontrare il direttore della sua banca, alla quale aveva chiesto un fido di 1300 euro per coprire il costo di una fornitura. Con quella banca aveva una sorta di contenzioso: nel corso dell’anno precedente gli avevano addebitato 4500 euro (!) di commissioni per l’uso del POS. L’avvocato della famiglia dice che dall’estratto conto sono emersi “addebiti sproporzionati per le transazioni, probabilmente frutto di errori”. I debiti di Di Trinco non erano solo questi. Anzi, da quel che hanno fatto filtrare gli investigatori e che pubblicano le agenzie, l’esposizione era piuttosto alta. 

Non riesco a farmi scivolare via questa storia di dosso. Lo immagino abbassare la serranda e tornare a casa, ogni sera, con la testa immersa negli incassi, nei soldi da dare ai fornitori e alle banche. Lo immagino mentre racconta la sua storia su quelle due pagine di quaderno che i Carabinieri hanno ritrovato nella sua macchina. Lo immagino sperimentare la propria inadeguatezza di fronte a qualcosa di così titanico come la crisi che stiamo attraversando. Ne immagino la sensazione di impotenza, perché è la stessa che a volte provo anch’io .  

 

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