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British Gas lascia Brindisi, undici anni sono troppi (e come dargli torto)

Misuriamola in mondiali di calcio: ne sono passati tre, compreso quello della coppa alzata da Lippi e Cannavaro. Era il 2001 quando iniziarono le procedure per la costruzione di un rigassificatore a Brindisi, avrebbe dovuto importare 8 miliardi di metri cubi di metano egiziano nel nostro Paese. Ad oggi ancora niente. Così, da ieri, le attività sono sospese, ha spiegato l’ammministratore delegato Luca Manzella a Radio24 e al Sole 24 Ore oggi in edicola.

La vicenda è eterna e dà ancora una volta la misura di quanto il nostro Paese sappia essere scarsamente attrattivo per gli investimenti stranieri. Un’altra dimostrazione del perchè la banca mondiale ci piazza all’87esimo posto per facilità di fare business. Per Brindisi ci sono volute due autorizzazioni: la prima sotto il Governo Berlusconi nel 2003 senza verifica di impatto ambientale, la seconda con tutti i crismi, chiesta nel 2007 sotto il Governo Prodi e arrivata nel 2010. Senza contare, ovviamente, tutte le resistenze che ci sono state nel frattempo, “più dagli enti locali che dalle popolazioni”, dice Manzella. Sono 250 i milioni di euro già spesi dall’azienda.

Cosa manca ora? Un semplice decreto autorizzativo. Normalmente per un atto di questo genere si impiegano 200 giorni, ad oggi – ha spiegato ancora Manzella – ne sono passati 600. Ci vogliono tra i 3 e i 4 anni per costruire un impianto di quel genere: se anche si partisse domani avremmo il primo gas egiziano nel 2016. Il tempo di quattro mondiali di calcio. Contemporaneamente in Gran Bretagna era partito un progetto gemello: quel rigassificatore è al suo quarto anno di attività.

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