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Il senso perduto del politicamente corretto

Abbiamo vissuto un’epoca di gloria del politicamente corretto nel suo senso più puro, serio e giusto. Si trattava di esprimersi nella maniera migliore per non ferire chiunque non appartenesse alla maggioranza o detenesse il potere: le minoranze politiche, religiose e etniche, le donne, gli omosessuali, i disabili.

Poi abbiamo ecceduto e abbiamo trasformato il politicamente corretto in una specie di arma contundente non solo nei confronti di chiunque si rendesse colpevole di un eccesso verbale discriminatorio in un contesto pubblico o lavorativo, ma anche nei confronti di avversari spesso incolpevolmente responsabili di scivolate veniali. Infine abbiamo cercato di piegare lo stesso linguaggio comune, quello di strada o da bar, a questa sorta di religione nata con le più giuste intenzioni.

Allora si è innescata la reazione: mentre in pubblico ci si esprimeva correttamente, in privato si provava una sorta di perversa soddisfazione ad esprimersi scorrettamente. Con un overdose di politicamente corretto abbiamo reso sexy il politicamente scorretto.

Infine sono arrivati i social, che mescolano pubblico e privato in una maniera talmente profonda che pochi di noi sono in grado di distinguere il confine. In molti lo hanno superato e lo fanno costantemente ancora oggi. A quel punto il politicamente scorretto e il dileggio del politicamente corretto sono diventati mainstream.

A riscuotere il dividendo di questo processo, oggi, sono coloro che il politicamente corretto non l’hanno mai sopportato e che venivano sommersi di insulti quando oltrepassavano quella frontiera da un palco o in un dibattito. L’hate speech si è elevato a programma politico.

Per esempio Trump si permette oggi di dare dell’ipocrita a chi lo accusa per le sue frasi sulle donne, ben sapendo che molti saranno d’accordo, ma soprattutto che molti altri – al di fuori dalle elite politiche, ma non necessariamente meno importanti ai fini del consenso – si dichiareranno apertamente e pubblicamente in linea con lui. Del resto ho letto in queste ore molti post “giustificazionisti” anche da persone insospettabili.

Una parte piuttosto consistente del mondo sembra non credere più nel peso delle parole, quasi non avessero potere. E invece è proprio dalle parole che nascono discriminazione, esclusione e infine violenza: le prove le abbiamo sparse un po’ ovunque nell’arco di qualche millennio di storia.

Ma certo, ormai tornare indietro è piuttosto difficile.

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